Mia madre si pettina i capelli con le dita delle mani, perché con i capelli corti la spazzola non serve, dice lei. Io ci provo a pettinarmi i capelli con le dita delle mani, ma le ciocche cascano dritte sulle orecchie, il ciuffo si schiaccia sulla fronte. Spingo sugli alluci per guardarmi allo specchio. Ride mia madre, mentre agito il caschetto e urlo alla spazzola come una rockstar. È luminosa mia madre, quando ride, davanti allo specchio, e mette la mano sulla mia testa. Odora di rosmarino, sapone di Marsiglia, gentilezza. Mia madre. Vorrei essere uguale a lei.
Soffio, sbuffo, scalpito. Con chi esci. Com’è andato il compito. A che ora torni. Ho un furore che mi preme al soffitto, una noia che mi inchioda al pavimento. Ho un fastidio verso chi mi dice cosa fare, come sedermi, cosa pensare, chi ascoltare, ma non so dargli un nome. Sbatto la porta, alzo il volume della radio. Sollevo le spalle. Qualsiasi cosa è più importante di. Io, alla tua età. Lo faccio per il tuo bene. Un giorno capirai. Un giorno vedrai. Mi chiudo in camera, metto un ombretto molto scuro, un maglione troppo largo, scarpe senza lacci. Cerco su Yahoo parole che non pronuncio ad alta voce. Chatto su Messenger, con la luce spenta, fino alle tre del mattino. Nascondo la faccia sotto al cuscino. Quando ho fumato, quando ho bevuto, quando ho pianto. Non vedo l’ora di andare.
I pensieri sono fili d’odio e di speranza e di disperazione che si aggrovigliano nella testa e poi si fanno più spazio, escono, penetrano nei pori, irradiano le radici, si attorcigliano ai capelli e crescono, si allungano, fluttuano, fino all’osso sacro. Non sei, non hai. Non sarò dottore, non diventerò avvocato, non farò l’ingegnere, non andrò nello spazio, non vincerò premi, non firmerò autografi. Eppure. Posso leggere un libro in una notte, elencare in ordine alfabetico i compagni di scuola dall’asilo alle superiori. Quando ascolto una canzone che mi piace, chiudo gli occhi e riesco a vederla. Mi ricordo i compleanni, gli anniversari, i numeri di telefono. So imitare il rumore della caffettiera. Riconoscere un film dai primi cinque secondi. Non rivolgere più la parola a qualcuno che mi ha fatto male. So ingannare la felicità. Voglio essere così, voglio essere amata così. Non correre. Non sudare. Non sporcarti, non bagnarti. Non voglio assomigliare a mia madre.
Mia figlia ha imparato a fare la capriola a quattro anni. A scuola, nell’ora di ginnastica. È scintillante, mia figlia, quando lo racconta. Le ginocchia a terra, le mani sul tappeto, il mento al petto, la schiena tonda, il sedere in alto. Come un riccio, dice mia figlia. Mi trema la pancia. Può farsi male al collo? Alla schiena? Il tappeto sarà a norma? L’insegnante conoscerà le manovre di primo soccorso? La imprigiono con le braccia e con le gambe, presa dell’aragosta!, dico, è un nostro gioco per stringerci e abbandonarci e dimenticarci del resto. Abbracciami forte come un leone e un mammut che fanno le gare di forza, dice lei. Il tepore di mia figlia fa sciogliere tutte le cose che potevano essere e non sono state. Non vedo l’ora di tornare.
Non ho mai imparato a fare la capriola. Ti spezzi il collo, ti rompi la schiena, ti spacchi la testa. Andavo al liceo in un ex monastero, facevamo ginnastica in una cappella affrescata, prima che intervenissero le Belle Arti. Al lancio della palla medica dovevamo colpire il volto di San Giuseppe o l’aureola di un angelo per avere il punteggio più alto. Non l’ho mai raggiunto. Sono inciampata saltando gli ostacoli. Ho vomitato dopo la corsa campestre. Mi sono bloccata sul trampolino. Non ho mai toccato la punta dei piedi senza piegare le ginocchia.
Sei uguale a tua madre con questi capelli, mi dicono. Guardo lo specchio e sì, è vero, sono uguale a lei. Metti la canottiera. Allacciati le scarpe. Non ribelle, non sbarazzina, non Gwyneth, non Winona, non Charlize. Ho tagliato i capelli e sono diventata mia madre a quarant’anni. Vorrei sentire quell’odore. Di rosmarino, sapone di Marsiglia, gentilezza. Vorrei averlo anche io, quell’odore lì.
Una volta, a vent’anni, avevo tagliato i capelli in una scuola di apprendisti parrucchieri. Con dieci euro, cosa potete fare?, avevo chiesto, affacciandomi alla porta, con una borsa a tracolla sulla spalla, le cuffie nelle orecchie, l’incoscienza nei piedi. Entra, avevano risposto, e così me li avevano tagliati. Corti, con una minuscola cresta sulla nuca. Adesso pure i capelli da punk, aveva detto mio padre, vedendomi. L’odore di sigarette, scarponi di pelle, carte da briscola. Adesso pure i capelli da punk. E mentre lo ripeteva, spingeva il petto in avanti e allargava le spalle. E con le braccia disegnava cerchi, nel vuoto, che diventavano vortici, uragani, trombe d’aria che salivano verso l’alto e poi tornavano giù e si espandevano e scuotevano le pareti di casa e inghiottivano tutte quelle cose che inseguivo, leggevo, dibattevo, manifestavo, ascoltavo, abitavo, respiravo. Che poi non avevano niente di punk, tutte quelle cose, ma figuravano in un suo personalissimo immaginario di me contro il sistema, contro la società, l’universo conosciuto e non. Che poi, a vent’anni, si tagliano i capelli solo perché non si può amare.
Davanti allo specchio, passo le dita tra i capelli. Le ciocche si arricciano sulle tempie, il ciuffo scivola sugli occhi. Mia figlia ride, mentre agito la testa. Non bagnarti, le dico, mentre apre il rubinetto. Tira su le maniche. Io non farò mai, io non dirò mai. Penso a quando sbatterà la porta di camera, metterà ombretti troppo scuri, ascolterà musica che non capirò. Penso a quando non vorrà restare. E vorrei saperle dire che va bene lo stesso. Che andrà bene anche quando non sarà come vorrei io. Odora di mandarini, mia figlia, pastelli a cera, storie della buonanotte.
Ho letto La neve in fondo al mare di Matteo Bussola (Einaudi, 2024) e ho pensato a mia madre. A mio padre. A che genitore sono, a che genitore vorrei essere. A come fare per. A come sono stata, quando credevo che la vita fosse sempre da un’altra parte. O tutta lì.